24 dicembre 1943

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– Come ti chiami?

Il ragazzino mi guarda come se me lo dovessi mangiare; avrà diciannove anni- almeno lo spero. Glielo chiederò.
Sta seduto su una cassa di legno nel vicolo; l’odore di piscio è insopportabile, ma lui sembra abituato e, chissà come, la cosa non mi sorprende.
– Ehi, dico a te- gli ripeto. Sento che la mia pronuncia è stentata e, per la prima a volta, questo mi mette a disagio.
Sono uno straniero in divisa- una divisa immacolata, profumata di colonia- e sono qui, in piedi in un vicolo dal fetore intollerabile, davanti a un ragazzo con gli occhi neri.
Lui mi guarda e so cosa esattamente cosa vede: un invasore.

So anche che lo diverto. Ormai conosco abbastanza bene questi italiani; non mi ridono mai in faccia ma i loro occhi diventano d’un tratto scintillanti; pezzi di brace che mi bruciano in faccia e mi osservano impassibili, mentre avvampo di rabbia.

– Salvatore- risponde.

Ha la voce roca e, nonostante sgrani gli occhi, il tono è annoiato.
Forse non sono il primo che glielo chiede.
– Salvatore…- ripeto, impacciato. Stringo il pugno e sento che la pelle, dentro il guanto, è sudata.
– Vorresti bere qualcosa?- gli chiedo.
Lui mi guarda per qualche minuto; dio mio, penso, forse è più piccolo. Sto commettendo un grosso errore.
Credo che abbia capito cosa mi passa per la testa; c’è una luce canzonatoria, in quei begli occhi neri.
– No- mi risponde. Fa un rumore con la bocca e si alza, le mani in tasca.

Si allontana di qualche passo; è basso e snello, i movimenti elastici.
Il suo corpo possiede un’innata eleganza; non potrei smettere di pensare a quegli occhi, mi dico, quindi tanto vale tentare.
– Potrei darti fare un giro sulla mia moto- gli dico.
Lui si ferma e gira la testa verso di me; ha le ciglia lunghe e le palpebre affusolate.

Gli indico la moto posteggiata oltre il vicolo, addossata a un muretto di pietre bianche a strapiombo sul mare.
Guarda me; poi guarda la moto; poi, di nuovo me.
– Mi ci porti a Scandiano?- mi chiede, con quell’inconfondibile cadenza lamentosa del Meridione.
– Ma certo- rispondo, con un po’ troppo calore.
Lui sorride, mi guarda in tralice, sornione.

Passiamo a Scandiano; mi tiene stretto in vita.
Mentre corriamo giù per le misere stradicciole, l’aria ci spettina: è tiepida, nonostante sia dicembre.
Sento l’odore del suo sudore di moro che gli sale dai vestiti, e il suo bacino premuto contro le mie reni.
I suoi amici escono in strada e lo guardano: hanno sguardi risentiti, ma anche invidiosi.
Stasera sarà la favola di tutta la frazione.

– Ti lascio al vicolo?- gli chiedo.Lui annuisce, sorride: questa volta, è un sorriso spensierato.
È felice, ed io sono felice che lui abbia scordato che io sono un tedesco, e lui un italiano.
Quando lo faccio scendere, per un attimo, mi guarda con l’innocenza di un bambino.
Così, quando mi si struscia addosso, io mi scosto.
– Stammi bene, allora- gli dico.

Per un attimo, lui spalanca gli occhi, sorpreso; poi fa spallucce, si gira e se ne va.
Sento il suo sguardo sulla nuca mentre mi sistemo il casco.
Metto in moto e corro verso il mare; dove mi ha toccato, la pelle brucia di desiderio.
È un pomeriggio bellissimo.

Avvertenza: Questa è la quinta di una raccolta di nove fra flash-fic e one-shot, che partecipano all’iniziativa Christmas Game di Fanwriter.it.
Trovate la prima, seconda, terza e quarta storia qui.
Sorgente immagine: Public Domain Pictures.

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This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International License.

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