24 dicembre 2015

La strada è piena di buche, e lui non ce la fa più.

– Kalib. Kalib, fermati un po’, ho la schiena a pezzi.
Il suo compagno è un ragazzo di circa sedici anni, ma è già grosso e ha più muscoli di lui.
Mpoutou lo invidia; se fosse così grosso, ce la farebbe anche lui. Invece, dopo pochi chilometri le reni gli fanno troppo male e i polmoni gli bruciano per la fatica.
Ogni tanto, per la strada, passano camionette scoperchiate, con le ruote incrostate di fango, cariche di soldataglia con i kalashnikov sulle spalle.

A ogni passaggio, la fila di ragazzi con i sacchi sulle spalle si sposta verso il bordo della strada, nel fossato scavato dalle ultime piogge: tremano come gazzelle, come fili di erba nella prateria.
A volte, i soldati non li guardano; altre volte, fermano la camionetta e ne ispezionano qualcuno.
A volte, lo pestano a sangue, quasi sempre senza un vero motivo; i cadaveri restano per strada, in mezzo alle ruote dei mezzi. Nell’arco di pochi giorni non sembrano nemmeno più umani; passando, bisogna scavalcarli o spingerli dentro al fosso e aspettare che la pioggia se li porti a valle.

Per questo, fermarsi al ciglio della strada non è mai una buona idea.
Chi lo sa che tu non attragga l’attenzione di qualche miliziano in vena di divertirsi con i poveri disgraziati della miniera.
Ai caporali non interessa chi porta il coltan sul confine; l’importante è che ci arrivi.
Le gambe, la schiena e le braccia che lo trasportano sono come figure disegnate su un pezzo di carta, e i soldati possono appallottolarti quando vogliono.
– Ci siamo già fermati due volte- mormora Kalib, la gola secca, un’evidente fastidio negli occhi.
– Ma sta scendendo la sera. Dopo farà meno caldo, cammineremo più spediti.
Lo guarda, implorante.
– Sei un debole, Mpoutou. Se continui così, nessuno avrà stima di te.
Ma almeno sarò vivo per un altro po’.

Accostano; l’aria calda trema sugli orli delle cose.
Mpoutou si butta sulla proda di terra che si innalza sul fossato, accasciandosi sul suo sacco.
Niente cibo nello stomaco, poca acqua in corpo e 30-40 chili sulla schiena: va così, per venti chilometri, da Rubay fino a a qualche posto sul confine con il Rwanda, dove i sacchi verranno consegnati ai punti di raccolta.

A volte, Mpoutou pensa di scappare con il suo sacco e trovare qualcuno a cui venderlo per andarsene.
Alla fine, è solo: non potrebbero rifarsi su nessuno della sua famiglia.
Ne ha parlato tante volte a Kalib; tu potresti farcela, sei forte. Io non potrei correre abbastanza in fretta da sfuggirgli.
Neanche una gazzella corre abbastanza veloce da sfuggirgli, gli ha risposto il compagno, e ha chiuso gli occhi. La sua pelle è così lucida che sembra scolpito nella tantalite.- Se ci fermiamo troppo, tornerà indietro il capofila e ti bastonerà- mormora Kalib.
– Adesso che è scuro ci metterà un po’ ad accorgersene. Siediti anche tu.
– Preferisco di no. Tanto adesso me ne vado-
Mpoutuou non dice niente. Il suo amico è forte, ma ha più paura di lui; è la sventura di avere una famiglia, pensa.

Rotola sulla terra e sente gli insetti che strisciano sotto le zolle.
Le formiche frusciano nella polvere con i loro carichi, sono una formica, pensa.
Poi, alza lo sguardo; è venuto il buio, da questa parte.
La miniera sarà nera come l’acqua e ci staranno cadendo dentro le stelle che si staccano dal cielo.
La vista gli si annebbia.
– Non mi svegliare- ha il appena il tempo di mormorare a Kalib.

 

Avvertenza: Questa è la terza storia di una raccolta di nove fra flash-fic e one-shot, che partecipano all’iniziativa Christmas Game di F anwriter.it
Cliccate per la prima e la seconda storia della raccolta.

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