24 dicembre 2027

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– Sei una ragazzina.
La stanza in cui l’avevano fatta entrare era buia.
Si vedeva solo una finestra, dritta davanti a lei; c’era una tapparella sconnessa, e la luce del grosso faro all’entrata del campo penetrava attraverso le assi, disegnando una zebratura gialla e nera sul pavimento.
Fece spallucce.
– Quanti anni avresti?-
La voce proveniva da qualche parte alla sua destra.
– Quindici.
– Andiamo bene. Come ti chiami?
– Mira.
Qualcosa si mosse.
La voce era profonda però, ragionò Mira, non potrà avere più di trent’anni.
– Ce ne sono altre come te, Mira?
Ci rifletté un po’ su: tanto valeva dirlo, anche se l’uomo non le era sembrato entusiasta.
– Altre, sì, ce ne sono. Ma sono tutte più vecchie.
Sentì un rumore di vetri rotti che esplodevano sotto delle suole.
L’aria, nella stanza, si spostò insieme al suono; Mira inclinò il viso, socchiudendo le palpebre per abituarsi al buio.
Forse non è così brutto, pensò.
– Ti hanno detto chi sono, almeno?
(Sì, me l’hanno detto. Sei un assassino e un torturatore. Mi hanno detto che conosci più di cento modi diversi per far urlare un uomo. Ma sei il capo della Resistenza Armata, e per questo ti perdonano quello che fai, anche se, prima o poi, lo farai anche a loro, dato che non vai troppo per il sottile. La guerra è guerra: così dicono, almeno.)
– Mustang, signore. Il leader della Resistenza.

L’uomo fece un suono con la bocca, una sorta di mugolio affermativo; qualcosa, nel buio, tintinnò.
– Un bel bastardo, eh?- sogghignò la voce- Vuoi bere?
– Male non fa- rispose Mira.
– Quant’è vero!
Lo sentì trafficare.
– Non lo hai mai fatto prima?
– No, signore. Non è il mio ramo.
– E quale sarebbe, il tuo “ramo”?
– Furtarelli, scassi. A volte faccio la staffetta.
– Vieni avanti.
Mira si mosse, entrò nel rettangolo luminoso; il faro le arrivava dritto negli occhi, accecandola.
Dall’oscurità, una mano si protese verso di lei porgendole un bicchiere con dentro un liquido dorato. Il bicchiere era sbeccato: i riflessi della luce si rifrangevano sul pavimento.
Mira prese il contenitore e annusò: il liquido aveva un forte sentore alcolico.
– Bevilo. Non c’è niente dentro. Niente di più dei suoi 50 gradi.
– Pensavo che l’alcol fosse finito. La gente fuori beve quello etilico.
– Qualcosa è rimasto, se sai dove cercare.

Lo mandò giù. Bruciava la gola.
Mentre strizzava gli occhi cercando di non tossire, sentì l’aria che si muoveva intorno a lei.
– Come sei finita a fare la puttana?
– Non lo faccio. Mi hanno presa e mi hanno detto che c’era un lavoro da fare.
– E tu non hai chiesto che lavoro era, prima di accettare?
Mira scosse la testa.
(Mi hanno presa e mi hanno buttata dentro il pick up. Tu andrai bene, hanno detto, sei abbastanza carina. Ti va di lusso, cercavamo una puttanella per Mustang. Dovresti sentirti onorata. Se lavori bene, potrebbe perfino richiamarti. Che vuol dire, non sei una puttana? Ce l’hai, la fica, no? Che differenza fa, allora?).
– Beh, gìrati.
Mira si voltò. I suoi occhi si riabituarono alla penombra.
Qualcosa scintillò in un angolo e una nuvola di fumo galleggiò verso di lei.
– Sei bionda- osservò l’uomo.
Alzò nuovamente le spalle.
Lui mosse qualche passo verso di lei e, finalmente, lo intravide. Era alto. Pallido.
– La treccia. Scioglila.
Lo fece.
– Sai cantare?
– Un pochino.
– Fallo.
– Che cosa devo cantare?
– Quello che ti pare.
Il fumo si allontanò da lei e sentì un cigolio, e il suono di un corpo pesante che si lasciava andare a su qualcosa (un materasso? Mi porterà lì, dopo?).
Per non pensarci troppo, si mise a cantare una vecchia canzone che aveva sentito da piccola. Non conosceva le parole.
La sua voce era acerba, e lei tremava di vergogna.
Sempre meglio che stare in quel letto invisibile, con quell’uomo invisibile di cui tutti hanno paura.
Quanto a Mustang, lo sentiva nell’ombra: respirava forte e fumava.
Coraggio.

– È una bella canzone- disse Mustang, quando lei finì.
-Grazie- rispose lei, controluce.
Sentì che lui si alzava e veniva di nuovo dalla sua parte; i suoi scarponi facevano un gran frastuono. Dovevano avere la suola spessa e incavata; i pezzi di vetro ci si erano incastrati dentro e scricchiolavano a ogni suo passo.
– Sai, i tuoi capelli… Sono molto belli.
Mira non rispose; si strinse nelle braccia e si guardò le caviglie.
(“Se ti viene vicino, tu non lo guardarlo in faccia e soprattutto non lo fissare. Non gli piace per niente. Ma tanto non ce ne sarà bisogno; da che lo conosco, se le scopa tutte al buio”).
Eccoli lì; davanti ai suoi piedi c’erano un paio di scarponi, adesso.
Erano malandati, mezzi sfondati, sporchi di polvere e con delle macchie rossastre sulle punte.
Sangue, pensò, e rabbrividì.
Sentì la sua mano che le prendeva il mento e lo tirava su.
– Ti hanno detto di non guardarmi, eh?
Annuì.
La faccia le sorrise; era orribile.
Se non fosse per quella cicatrice, sarebbe un bel ragazzo.
Ma l’avevano proprio macellato; opera del Governo, dicevano.
– Mira, lo sai cosa si aspettano da noi, là fuori?
Lei annuì, di nuovo.
– Cosa dovremmo fare, secondo te?
Lei lo fissò negli occhi.
Le avevano detto come rispondere, naturalmente, ma aveva quindici anni: tutto considerato, non se la sentiva di mentire.
– Non lo so- gli rispose- ma io non voglio venire a letto con lei.
Lui la lasciò andare.
Che cosa hai fatto? Stupida Mira. Beh, per lo meno ti farà fuori e avrai smesso di soffrire per la guerra, la fame e tutte il resto.
Invece, Mustang si girò e raccolse qualcosa da terra.
– Beh, viva l’onestà. Peccato; ma forse non hai tutti i torti.

Si sedette per terra, vicino a lei. Aveva una specie di piccola chitarra al collo.
Batté il pavimento con la mano senza guardarla; voleva dire “siediti” e, visto che le sembrava di aver sfidato l’autorità a sufficienza, per quella sera, obbedì.
– Che altre canzoni conosci?
– Gracias a la vida; la Paloma; Cielito Lindo, Don’t cry for me Argentina. Cose così.
– Per questa notte vanno bene; domani te ne insegnerò delle altre.
D’un tratto, Mira si ricordò e si voltò verso di lui con gli occhi sgranati.
– Domani? Ma… domani assedierete Juarez; lo ha detto anche lei alla radio. Ha detto che domani la Resistenza “o vince o muore”.
Mustang pescò una bottiglia da qualche parte vicino a loro, bevve un sorso e si asciugò la bocca su una spalla.
– Beh- rispose, allungandole la bottiglia- in entrambi i casi, si canterà. Non ti pare?

 

 

Avvertenza: Questo è il secondo di nove racconti di circa 600 parole ciascuno, che partecipano all’iniziativa Christmas Game di fanwriter.it
Cliccate per il primo racconto.

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This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International License.

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