24 dicembre 1863

Faceva uno stradannatissimo freddo: gli uomini di Beewaldt erano nervosi.

Il posto era lontano; circa quaranta chilometri a tappe forzate, sotto la pioggia, con la melma fino a mezzo polpaccio e la terra che veniva via a tocchi e finiva sulle braghe, nelle mutande, oppure sull’orlo del cappotto del tizio davanti.
Quando avevano iniziato, si gelava; poi, a metà percorso, erano fradici di sudore e non sentivano più freddo.
Siccome bisognava sbrigarsi e arrivare prima dell’alba- un bel po’ prima- non c’era stato tempo di fermarsi e allestire un fuoco. Avevano mangiato marciando, masticando gallette con la bocca rattrappita dall’aria gelida. Ruminavano come le capre che li guardavano passare da sopra i massi.
Poi era venuta la notte; pensavano che la terra avesse già sputato tutta l’umidità disponibile sulla faccia di questo mondo e invece no, ce n’era dell’altra, nascosta sa dio dove.
La strada era diventata un letto di nebbia e il sudore si era congelato sulla facce e sotto i giacconi.

Erano stanchi, quindi il corpo stava rilasciando piuttosto rapidamente il suo calore; camminavano come un’orda di zombi, avvolti nel fumo di centocinquanta respiri affannosi.
Alla fine, arrivarono in vista del crinale.
– Zitti, stronzi!- disse il capitano. Si acquattarono lungo il fianco della collina.
Aveva smesso di piovere già da un po’, per loro fortuna, ma gli stivali facevano ancora rumore mentre camminavano sul fango.
– Svuotatevi le scarpe- ordinò il capitano.- Facciamo troppo chiasso.
Si sedettero sull’erba bagnata; la terra sgusciò sotto di loro.
Tolsero i piedi dagli stivali, ordinatamente, in silenzio; si sentiva solo il frusciare dei cappotti, il rumore dell’acqua che sciacquava dentro le scarpe e gli spruzzi sul terreno.
Quasi tutti avevano chili di melma nelle calzature; provarono a scrostarne un po’ con quello che trovavano per terra- rametti, foglie non troppo marce.
Alla fine, venne Beewaldt.

Alla luce di un acciarino, passò in rassegna i piedi e le scarpe e tutto il resto; disse agli uomini di tenersi pronti con la mercanzia e caricare le canne.
– Sparate per le vostre mogli che vi aspettano a casa. Sparate per i vostri figli. Domani mattina, non voglio vedervi sporchi di fango, ma di sangue sudista.
Scivolarono verso il crinale, strisciando come lombrichi.
Nell’aria c’era solo odore di pioggia, piedi e polvere da sparo.
Si affacciarono: sotto di loro, Marionsville sembrava una miniatura.
– Quinn, sei sicuro?- mormorò a Beewaldt il suo comandante in seconda- Potremmo fare un po’ di confusione, arrestare due o tre civili e cavarcela così.
– Falli scendere. Manovra ad ala- fu la risposta.
Centocinquanta uomini ripiegarono verso valle smottando nel buio, i fucili che emettevano solo un flebile tintinnio.

Le case erano illuminate, ma deserte; tutta Marionsville era radunata in Chiesa per la veglia.
Bene, pensò Beewaldt. All’alba avrò la promozione in pugno.
Prima che fossero a fondo valle, iniziò a nevicare.
– Dobbiamo circondare la Chiesa?- chiese ancora il comandante in seconda.
– No, aspettiamo che escano. Non voglio mica dannarmi l’anima e farli fuori mentre sono ancora dentro- rispose Beewaldt.
La strada era dritta spianata davanti a loro, il portone della Chiesa spalancato.
Gli uomini si rannicchiarono al buio, oltre le case.
– Tenetevi pronti a sparare. La linea di fuoco è pulita- disse il comandante.
Tutti si gettarono pancia a terra; il gelo attutì il gracidare dei cani tirati indietro.
Fissarono i fucili sul punto in cui sarebbe uscita la gente, e aspettarono, le dita sui grilletti.

La neve continuava a cadere.

Avvertenze: Questo è il primo di nove racconti di circa 600 parole ciascuno, che partecipano all’iniziativa Christmas Game di fanwriter.it

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