30 giorni di scrittura: 2. Profezie.

[CONTINUA DA: 30 giorni di scrittura: 1]

“Scrivi qualcosa che qualcuno ha detto su di te e che non hai mai dimenticato”

Questo passo della sfida (qui per la “prima puntata”; la challenge su cortese indicazione di Le avventure di tutto) ha richiesto molti giorni di riflessione. Inoltre, durante la parte centrale della settimana, il lavoro mi assorbe al punto che non ho energie né voglia di arire il PC.
Ed ecco come siamo arrivati a sbrigare il punto 2 solamente oggi.

Effettivamente, c’è qualcosa che mi è stato detto e che ha costituito per me un termine di paragone abbastanza impegnativo.
Ogni famiglia ha le sua profezie prenatali, immagino, e la mia non fa eccezione.
Tuttavia, dato che sono un po’ scaramantica in merito al contenuto di quelle parole, preferisco mantenere il riserbo in proposito.
C’è in me una parte che vi si ribella e una che, invece, spera di poterle avverare.

Qui, però, abbondiamo: di profezie ne abbiamo ben due.
Come per la prima, anche per la seconda devo chiamare in causa mia madre, il mio tramite di tutto ciò che sta oltre e al di là del limite nella mia vita.
Mia madre che lavorava con i morti. Mia madre che è stata la prima persona a me cara a morire. Mia madre che parlava con i morti, o forse pensava solo di farlo. Che cucinava il cibo dei vivi con le stesse, identiche mani con cui toccava i quasi-morti, e sezionava quelli che se ne erano già andati. Mia madre, infine, che è stata la mia porta nel mondo, il coagulo di ogni possibile frontiera.

A differenza di mio padre, prodigo di lodi come di ogni altra cosa, lei dosava le proprie con estrema accortezza. O parsimonia. O era avarizia? Ah, genitori: se li conosci li eviti.
Non è un mistero, io credo, che i bambini desiderino essere elogiati, ma forse ogni bambino spera di impressionare uno in particolare dei suoi genitori. Nel mio caso, la persona su cui volevo disperatamente fare colpo era mia madre.
In questo, fra parentesi, mostravo precoci segni di quella che doveva rivelarsi una delle mie doti più caratteristiche: l’assoluta incapacità di puntare al massimo rsultato con il minimo sforzo.
Perché, per fare colpo su mia madre, ci voleva il Cannone di Gauss.

A un esame più approfondito, è plausibile che mia madre avesse preso molto sul serio la sua missione educativa. Era convinta che formarmi correttamente comprendesse un ampio ventaglio di torture psicologiche (certamente lei non le intendeva in questo senso, ma sappiamo che l’inferno è lastricato di buone intenzioni). Queste ultime si basavano essenzialmente sullo sviluppo dello spirito critico, della logica e delle arti discorsive- e, soprattutto, si traducevano in quella che, ai miei occhi, sembrava un’infaticabile opus destruens di ciò che facevo. E sì, non ho ancora smaltito un certo malanimo adolescenziale nei suoi riguardi.

Mio padre si era accorto di questo conflitto fra di noi e tentava di giocare all’equivalente del poliziotto buono – o almeno, così mi pare: è dannatamente difficile essere narratori attendibili della propria infanzia.
In ogni caso, quando mia madre si lasciava scappare un elogio nei miei riguardi, se possibile non in mia presenza (l’avrò spiata un considerevole numero di volte e potrei scrivere manuali su come crescere una figlia stalker), mio padre faceva del suo meglio per riferirmelo più o meno indirettamente.
Fu da lui che appresi della “seconda profezia, sulla cui veridicità ho ancora molti dubbi, ma che sto lavorando perché si avveri- almeno in parte.


Mia madre era una donna colta e interessante e, come molte persone del suo genere, amava scrivere. Non terminò mai un romanzo di cui, a volte, ci leggeva degli estratti (c’ero anche io).
Ricordo che si doveva intitolare La bella senz’occhi,e doveva incentrarsi sul difficile rapporto con il cibo di una dei protagonisti.
A quel tempo io avevo già iniziato a scribacchiare le mie storie ed ero molto ammirata dal talento letterario di mia madre.
Lei, però, non pensava di essere una brava scrittrice. Non pensava mai di essere brava in qualcosa, a dire il vero; del resto, il romanzo parlava in primo luogo di lei, e lei era la bella del titolo- che ci credesse o meno.
Disse una volta a mio padre che lei era brava a scrivere, ma che io sarei stata la vera scrittrice della famiglia.
Poco dopo aver condiviso con lui questa conclusione, smise di scrivere.

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30 giorni di scrittura: 1. Dieci forme di felicità.

[...CONTINUA DA Una sfida: 30 giorni di scrittura]

Fai una lista di dieci cose che ti rendono davvero felice.

Ho stilato questa lista nel bar in cui vado quasi tutti i giorni, finanze permettendo. Scendo, prendo un caffè macchiato e un bicchierone d’acqua e trascorro un po’ di tempo a scrivere o a studiare. Potremmo definirlo un rituale? Considerazioni antropologiche a parte, forse sì.
Strano a dirsi, scopro negli anni la mia tendenza a circoscrivere tempi e spazi- i miei tempi, i miei spazi.
Il che mi spaventa un po’.
Ricordo ancora quello che disse una mia conoscenza, allora quasi sessantenne: “Alla mia età, ho bisogno delle mie certezze”.
Ho sempre pensato che le certezze che funzionassero come boe e cordoli di sicurezza per distanziare gli altri- una forma di Absolute Terror Field. Perciò, mi proponevo di non averne mai e di rifuggirne il più possibile.
Ma allora ero più giovane e meno rispettosa delle mie mancanze.
C’è bisogno di un argine fra la laguna e il mare, dopotutto.

1: Esplorare
La mia classe preferita in D&D è il ranger. Per una serie di ragioni sono cresciuta in spazi costretti, e ho avvertito presto la necessità di reclamare un poco di smarrimento.
Chiaramente, ho paura. Sono miope, soffro di vertigini, non so nuotare. Sono completamente inadeguata alla sopravvivenza in spazi estremi.
La mia esplorazione si limita per lo più all’ambiente urbano e ai viaggi intellettuali. Del resto, ci sto lavorando, sto lavorando per allargare i miei confini e poter superare le mie paure.
Sono consapevole che, per avventurarsi, non serve partire, il che è una vera fortuna.
Sto cercando di costruire a piccoli pezzi il mio Grande Viaggio, di addomesticare la vastità. Una tensione davvero contraddittoria, fra ciò che è al di qua e ciò che è al di là dalla soglia, ma almeno ho dato un nome alle mie inquietudini.
Ricordo come la mia vita è cambiata nel momento in cui sono andata a vivere in un’occupazione. In quel momento mi sentii così terribilmente umiliata ed espulsa dal centro della vita. Abitavo in un palazzo dell’INPS fra Anagnina e Cinecittà, estrema periferia meridionale di Roma. Non mi ero neppure accorta che alle mie spalle fioriva lo splendore degli antichi acquedotti.
Ma per quanto andare e tornare da scuola fosse un viaggio della speranza, questo almeno mi costringeva all’esterno. Ho iniziato a camminare molto. L’estate 2007 mi portò fuori. Studiavo in piazza Navona e giravo il centro con uno stradario AZ che cadeva a pezzi.
Il mio palinsesto da piccola pioniera.
Roma è una città con cui si finisce per stabilire una relazione intima, per cui ci si trova cuciti alla sua continuità. Ma forse accade così in ogni città?

2: Camminare e stare all’aria aperta
Corollario del primo punto. I miei piedi sono pieni di calli, di duroni, e devo badare a non stancarli troppo perché soffro facilmente di tendiniti. Non mi piacciono molto, i miei piedi, ed evito di indossare sandali e scarpe aperte.
Mi affeziono alle scarpe, con le quali, a volte, ho ingaggiato vere battaglie. Le ho dovute domare, e loro si sono vendicate a colpi di vesciche. Si rompono sempre quando sono finalmente diventate comode, non vero?
Gli stivali fra ultimo del liceo e primo anno di università sono stati buttati con grandi onori. Si trattava pur sempre di grandi guerrieri.
Le mie ultime scarpe sono piene di fango del Tevere. Suppongo che anche loro meriteranno un funeral vichingo, ma spero che accadrà tardi. Le buone scarpe non costano poco.
Non ho voluto seppellire mio padre senza scarpe, nonostante, data la sua statura, si facesse fatica a farlo stare nella bara. Per me avrebbe naturalmente dovuto camminare a lungo, prima di arrivare ovunque sia che alla fine si va dopo la morte. Camminare è un atto di vita e di conoscenza, e il mio bisogno di calzare un corpo morto credo sia la prova incontestabile della mia fede in “qualcosa, dopo”.
Non so cosa e non so dove, ma intanto, da questa parte e dall’altra della tomba, si cammina, o così voglio credere.

3: Le coccole
(specialmente quelle del mio compagno)
C’è qualcuno che non è felice di riceverne e di farne?
In ogni caso, se si parla di coppia, una delle cose che stimo e amo di più è la dolcezza. Non c’è bisogno che sia estroflessa, continuamente ostesa agli astanti. E questa è la ragione per cui mi si scuserà, spero, se mi asterrò dal parlarne oltre…

4:La bellezza
Difficile definire un concetto così ampio, sì che non vi cape, come direbbe Dante, e poi io sono abbastanza stravagante in termini d estetica.
Oltre a collegare la bellezza al piacere, a me viene piuttosto spontaneo collegare la bellezza con il tempo. Mi pare che si manifesti in tutte le cose che sono tenaci al tempo.
Questo non vuol dire che la bellezza non sfiorisca, che sia materialmente durevole. Anzi, potrebbe sostanziarsi nella cosa più fragile della terra- la fioritura dei ciliegi, potrebbe dire un giapponese, e io gli darei ragione. Ma quella sensazione di meraviglia, quel senso di contrazione del tempo che proviamo davanti alle cose belle, non penso possa subire decadimenti. Ogni uomo in ogni luogo e in ogni tempo conosce quella sensazione, e nel provarlo si riconnette agli altri uomini che lo hanno preceduto, e sfiora quelli che lo seguiranno.
Le persone rischiano la vita per conservare la bellezza, faticano e si ostinano intorno alla bellezza, anche quando essa è in qualche misura del tutto irrilevante rispetto a una più primaria sussistenza.
Questa ininterrotta catena di sforzi verso la bellezza opera come una rete per l’uomo che è, infine, piccolo e solo e impotente, e
senza appigli rischierebbe di venir rovesciato nella vasta solitudine dell’universo.

5: Scrivere
Ho iniziato a scrivere quando avevo otto anni: per evadere, immagino, e perché avevo una buona immaginazione. Mio padre e mia madre hanno sempre cercato di favorire la mia inclinazione a leggere, ascoltare e inventare storie. A loro modo, erano dei narratori loro stessi.
Con alti, bassi e momenti mortificanti, questa attività non mi ha più abbandonato, nemmeno quando sono stata io ad accantonarla per due o tre anni.
Io ho una connaturata difficoltà all’equilibrio: mi succede con l’attività fisica, con il cibo e con la scrittura. Ci sono persone che hanno il dono della pazienza, della costanza e della meticolosità. Io devo imparare a dosarmi e a non oscillare fra estremi, senza infine concludere mai niente. Edward Morgan Forster, il grande scrittore, avrebbe parlato di asceta e di bestia e della necessità di connetterli. Credo che nel mio caso il paragone sia pienamente azzeccato.
Oggi, la mia scrittura è un laboratorio di misura. Misura nella quantità di cose che scrivo; misura nel modo di esprimermi; misura nei riguardi della mia impazienza e della mia ansia di risultati.
Ho sempre scritto per curarmi. Dalla solitudine, dalla noia, dal dolore, dai lutti; dalle crisi di panico e dai blocchi emotivi. Scrivere è la mia reazione- e anche la mia abreazione. Il che è un’ottima cosa.

6: Gli affetti e gli amici
Non sono stata abituata alle relazioni interpersonali, e non ho frequentato scuola fino al liceo. Lunga storia. In questo senso, sono estremamente immatura per la mia età e devo riconoscere che le interazioni con gli altri, ancora oggi, possono lasciarmi stremata.
Questo non significa che io non sia felice di stare con le persone che mi sono care, anche se preferisco i piccoli gruppi e le serate tranquille.
Non sono molto aperta circa i miei sentimenti, in parte per chiusura, in parte perché cerco di ascoltare. Le persone hanno già molti problemi, e non se ne fanno molto di quelli altrui.
Con gli anni, sono riuscita almeno ad ammettere quando avevo bisogno di aiuto e di vicinanza. Per un carattere come il mio non è un conseguimento di scarsa importanza.
Per lunghi periodi mi accade di non riuscire ad interagire, nemmeno via social. Cerco di contenere questo aspetto di me perché non voglio che gli altri pensino che non m’importa nulla di loro. Durante i miei silenzi, a dire il vero, penso molto agli amici, ma quando si tratta di contattarli è come se non ne avessi le forze. Migliorerò, spero.
Rispetto a una volta, però, sono certa di una cosa: vorrei realizzare qualcosa che mi permettesse di unire le persone, prime fra tutte quelle che mi sono intorno. Hanno i loro difetti, come tutti, ma nei momenti in cui non mi oscurano la stanchezza e le paure per il domani riesco a vederne chiaramente la bellezza.

7: Casa
La mia prima casa era un appartamento in affitto, ed era troppo piccola per la grande mole di oggetti che mia madre e mio padre avevano accumulato negli anni. Io dormivo in un letto di proporzioni mastodontiche, che era appartenuto a mia nonna e che era davvero troppo grande e troppo alto per una bambina della mia età.
Abitavamo nel rione Parella di Torino; dalla mia finestra vedevo un grande campo aperto e le persone che passavano per la strada. Il sole del tramonto colpiva un grande quadro scuro appeso alla parete e la camera si faceva tutta dorata. Ho un ricordo abbastanza chiaro di quella casa, e da quando la lasciammo per una soluzione più comoda le sorti della nostra famiglia iniziarono a declinare rapidamente. Non che sia stata colpa del trasloco.
Non sono stata fortunatissima, con le case, come dimostrano gli anni in occupazione e poi in residence,in attesa di un alloggio di edilizia popolare. Eppure io amo l’idea di casa e fin da piccola ho desiderato di trovare LA CASA- quella giusta per me. Immagino che tutti ne abbiamo una.
Auguro a me stessa di poter acquistare, un giorno, la mia casa- e di trovarla, perché oltre alla disponibilità economica è necessario imbattersi nel luogo che fa per noi.
Per adesso, uno dei miei guilty pleasures è leggere i depliant delle agenzie immobiliari e curiosare sui siti dedicati.

8: Ritornare alla Garbatella
Non sarebbe esatto dire che io sia cresciuta nel quartiere popolare reso famoso dal cinema e dalle produzioni televisive: tecnicamente, ci ho abitato meno di un anno. Materialmente, però, per sei anni vi ho trascorso buona parte delle mie giornate.
Là- fra Ostiense, San Paolo, la Cristoforo Colombo- ho molti dei miei affetti. In quel quartiere ha lavorato per tanti anni mio padre. È un luogo che non mi ha mai fatto mancare il suo affetto, dove ho potuto costruire dei legami. La mia vita è iniziata da lì, rincollando le macerie del mio trascorso, e io torno sempre con immensa felicità e speranza alle sue strade. Per me, esse sono abitate da un’interminabile primavera.

9: Il Tevere
Ultimamente, direi da dicembre, ho iniziato a cambiare percorso per le mie passeggiate. Dopo aver lambito Monte Mario, il monte più alto di Roma in cima al quale sorge l’Osservatorio Astronomico, ho scoperto di poter raggiungere con poco sforzo il Lungotevere.
Inizialmente percorrevo solo il tratto fra il Tevere e Mazzini. Ricordo anche di essermi fermata spesso sotto un albero in una piccola piazza, la Piazza del Fante, sotto il quale ho praticamente letto due libri di antropologia.
Il Fante: chissà chi era mai costui? Là vicino, comunque, c’è la lapide a ricordo di un ragazzo morto sul suo motorino. I suoi cari continuano a tenere fiorita e in ordine un’aiuola ai piedi di un platano. Era bellissimo e aveva i capelli lunghi- ho visto le foto inchiodate con delle puntine al tronco dell’albero. Non posso evitare di immaginare che il Fante possieda le sue fattezze, come se lui fosse diventato il nuovo guardiano di quel luogo.
Comunque, agli inizi non passavo dalla parte del Tevere: avevo le vertigini. Eh, lo so, che ci posso fare?
Infine, ho pensato di tentare lo stesso e di camminare lungo la ciclabile- ce ne sono due, sovrapposte: la prima è a livello strada, la seconda corre al di sotto sotto e poco sopra il fiume.
Non azzardavo ancora a scendere lungo i muraglioni.
Ma, già da quel punto, intravedevo quella che mi sembrava una piccola valle ai piedi della montagna: era solamente l’ansa che il fiume supera scendendo dai quartieri settentrionali della città, e dalle rapide di Ponte Milvio.
Quella vista, nelle giornate grigie, con il vento freddo, era bellissima, e mi attraeva lungo le rive. Per cui ho iniziato, poco per volta, a seguire la seconda ciclabile e a fermarmi qualche minuto per osservare il fiume- questo gravido nastro verde, senza il quale questa città non sarebbe stata possibile, e del quale ci curiamo così poco.
Sono passati ormai cinque mesi e almeno tre volte a settimana io torno sulle rive del Tevere. A volte riesco perfino ad avvicinarmi all’acqua.
Il fiume è discreto. Si scrive e si pensa bene, in sua compagnia, e c’è tanto vento, tanto sole e un odore aperto di canneti.
Quando sono preoccupata, quando sono stanca, lui ha abbastanza forza e pazienza per entrambi.
A volte lo sogno, incommensurabile presenza dagli occhi verdi.

10: L’autonomia
Sapere di poter contare su un piccolo stipendio, per quanto modesto, mi rende felice. So che ho le capacità e la costanza necessarie a lavorare per pagarmi ciò di cui ho bisogno. Non dipendo più dai miei genitori, e posso contare su me stessa per risollevare la mia condizione economica.
Non guadagno molto; lavoro ancora part-time per poter studiare, e anche perché non so ancora adeguarmi all’idea che mi rimanga poco tempo per me stessa e i miei cari. Ne parlavo in riva al fiume con una mia vecchia compagna di università. Lei non si sentiva in colpa ad ammetterlo: ho bisogno di avere tempo per me stessa, per pensare e per pregare, diceva.
Io sono abituata a una relativa povertà, se è qualcosa al quale ci si possa mai abituare, e sto tentando comunque di ridurre le mie esigenze. Non solo per limiti economici: credo che la frugalità ci renda più liberi. (Frugale: aggettivo un po’ desueto, ma lo preferisco a “minimale”. Il primo profuma quasi di stoicismo, il secondo invece ha il potere di evocare una Marie Kondo).


E questo, per ora, è tutto.

[CONTINUA…]











Una sfida: 30 giorni di scrittura.

Ho trovato questa sfida di scrittura tramite il blog di Aven, Le avventure di tutto, che la svolge con il suo umorismo e la sua consueta leggerezza.
Devo ammetterlo: il titolo della challenge non mi aveva affatto preparato al suo carattere diaristico. Scorrendone le domande, ho notato solo dopo che si parla quasi sempre di faccende personali.
Del resto, per superare il blocco dello scrittore, mantenersi in esercizio o semplicemente passare il tempo scrivendo, possono bastare anche spunti apparentemente minimali.
Per quanto mi riguarda, in questo periodo sto scrivendo quotidianamente, ma nulla che sia maturo per essere pubblicato- né qui né in altre sedi.
Inoltre leggo molto, è vero, ma quasi esclusivamente saggistica, circa la quale potrei parlare ma sulla quale, per ora, ho bisogno di riflettere.
Insomma, sono a corto di contenuti. O meglio: i contenuti ci sono, ma è come se mi trovassi in una grande cucina con molte pietanze sui fornelli, delle quali nessuna è ancora pronta per essere servita.
Così, ho deciso di tentare la sfida- un po’ insolita- e di vedere come va.
Se non altro, potrò inserire qualche post in più in attesa di sfornare materiali più sostanziosi.
In calce, una riflessione.
Questo blog mi segue, fra alti e bassi, periodi di sfioritura e lunghi deserti, da ormai due anni.
Forse anche tre.
L’ho pensato come una cala tranquilla in cui ormeggiare le mie storie, le cose che scrivo, di cui mi interesso. Potrebbe sembrare abbandonato a sé stesso, ma in realtà ci torno di quando in quando, anche senza pubblicare.
Non so voi, ma io ho sempre amato l’immagine del cantiere.
Di cantieri ne conosciamo tanti, veri o immaginari.
Siamo assuefatti, da italiani, a cantieri interrotti, sospesi, abbandonati; a cantieri che durano anni, a volte per l’intervenirvi delle Sovrintendenze ai Beni Archeologici, a volte per penuria di fondi o per la corruzione che li soffoca e rallenta.
Paese invecchiato e qua e là ancora indolente, i cantieri ci fanno pensare ad archetipici pensionati che vi trascorrono le ore con le braccia conserte a spiare altre opere, altre vite, e così si lasciano sospingere verso i suburbi dell’esistenza.
Però, il cantiere non è solo languore e fallimento; è anche, a suo proprio modo, una creatura vivente. Nelle sue impalcature, nei suoi grandi spazi polverosi e provvisori, è innervato di possibilità. Ed è come un figlio di due genitori del tutto diversi: l’idea, misurata, nitida sopra la carta, e l’evenienza, quel fatto non sistematico, incidentale, che assomiglia al vento e al correre dell’acqua.
Ci vogliono molta pazienza, molta cura e una buona dose di fortuna perché un’idea passi da intuizione a progetto e, infine, al suo relativo cantiere. E ancora di più ce ne vogliono perché il cantiere sia portato a termine, ed è un percorso lastricato d’imponderabile.
Litri di caffè. Sudore. Desideri, fatica. Arrabbiature, litigi, mediazioni- frammenti di pace presto sparigliati da nuove imprevedute tempeste. Levatacce, ingorghi, legami di solidarietà che forse si dissolveranno prima che sia finita l’opera, o forse dureranno anche oltre, come ponti.
Amarezze, soddisfazioni, insulti e brutte storie. Perfino perdite, a volte anche tragedie che si potevano evitare.
Gente che se ne va all’improvviso, che ritarda, che c’è sempre. Gente che non vale niente o che si scopre piano piano insostituibile. Gente che sarebbe stato meglio se non l’avessimo mai incontrata.
I cantieri, visti così, sono le vite. Sono i racconti delle vite.
Racconti delle nostre frontiere.
Questo blog, anche quando ci vengo in silenzio senza aggiungere niente, o quando ci metto qualcosa di piccolo e di poco peso, è un pezzo particolarmente accogliente del mio personale cantiere.
Adesso il cantiere sembra dormiente, ma sotto i teloni e fra i ponteggi c’è un silenzioso fervore.
Ogni tanto, si aggiunge un pezzo di muro, un secchio di calcinacci, una sacca di gesso che sembra spuntata per caso durante la notte.
Quando gli uomini riposano, è possibile che si mettano all’opera i folletti.


SEGUE: #1: Dieci cose che mi rendono davvero felice


Llampret et Aimée

«Tutto passa, tutto rimane,
ma il nostro è un passare,
un passare tracciando sentieri,
sentieri sul mare.
Mai ho cercato la gloria,
né di lasciare il mio canto
alla memoria degli uomini;
io amo i mondi lievi,
sottili, gentili
come bolle di sapone».
Antonio Machado, Viandante, vv. 1- 10

Un tempo, in patria, Llampret era un falegname.
Un mestiere umile, ma che gli fruttava oneste rendite, bastanti a sfamare moglie e figli. Guadagni puliti, senza macchia di sangue, se non quel poco che poteva spillare dai tagli e dalle vesciche sulle sue mani. Di qualche ferita gli è rimasta la cicatrice, bianca: sembra pelle tenera sotto i più recenti calli.
Qui, è un mercenario. I soldi che racimola li strappa dalla carne dei morti, e questo non gli piace, ma è così che lo hanno ridotto: a non avere altra scelta.
Casa è lontana. La terra che li separa si stende verde e rossa sotto i passi degli uomini, ma non sotto i suoi. Per lui, quelle strade che venendo ha percorso raggomitolato fra le ombre sono come contrade appestate. Oltre il loro confine, ad attenderlo, solo desolazione.
Per un poco, la solitudine lo ha ritemprato. Come gli animali feriti, non voleva compagni né per spezzare il pane né per lamentarsi del suo dolore.
La ra… il ragazzo, il ragazzo è arrivato dopo.
Lo ha trovato sporco di sangue, lercio di fango, avvolto nel vomito. Questo è il mantello dei miseri, a suo modo mirabile, miracoloso.
Lo avevano battuto fino a farlo svenire- chissà poi perché? Non glielo ha voluto (forse saputo) dire.
Lo ha preso con sé: era un cucciolo randagio, adatto a un pastore senza più armenti- a uno come lui.

Questa notte, nella casupola in riva alla palude, non si sente che lo scroscio dell’acqua. Invero è un dolce suono: il presagio della morte lo assottiglia.
Ad Aimé, al ragazzo, i capelli stanno ricrescendo sul cranio, candido come la pasta del pane. E sotto il collo, nascoste dalla camicia e da strette fasciature, ci sono due molliche di pane ugualmente morbide e bianche: i suoi seni.
Prima di morire, dicono, ci si avvede delle cose che contano davvero, e ciò che conta davvero per Llampret, adesso, è la dolcezza.
– Credevo che ci avrebbe ucciso la fame- mormora. Nessuna candela, c’è una luna opaca che fa tenui i contorni dei mondi.
– Credevo che non ci avrebbe ucciso niente- fa eco Aimé.
La mano- sua o del ragazzo? La pioggia, la nebbia sono un naufragio di confini- si allunga verso l’Altro, e l’Altro gli si accuccia contro il petto, la carne fresca e agile e luminosa, simile a fasci di betulla.
Il desiderio è come un martin pescatore: il suo piumaggio azzurro non sa confondersi con il grigio della vegetazione. Per la vergogna, Llampret si richiude un poco nel suo mantello, ma il ra… la ragazza, la ragazza lo segue. Perché è fatta di betulla, e la betulla è fatata e fatalmente malleabile al tocco.
– Solo per questa notte, potremmo…?
– Anche se solo per una notte, sarebbe ugualmente sbagliato- le risponde, e la avvolge.
Stanno un po’ in silenzio, abbracciati: tendono l’orecchio all’abbattersi della loro quieta passione, che non ha sbocchi e che forse, domani, morirà con loro.

– Comunque vada, almeno vedremo l’alba insieme.

 

FINE

Questa storia ha partecipato e vinto la decima edizione (25 febbraio-6 marzo) di Una Challenge per Amica del sito Wtriter’s Wing.

 

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A Yoshi- 5. Fiordaliso

[segue da A Yoshi-4. Bucaneve e conclude una serie di 5 racconti brevi]

Questa settimana sono passata al monastero per portare dei biscotti a Jikan.
L’abate è malato della sua solita allergia. Se può, se ne sta in disparte e non si fa vedere da nessuno. Ho portato un barattolo di unguento anche per lui: nella borsa ho infilato un biglietto con le istruzioni per i suffumigi. Spero che non sarà troppo testardo e che li farà.
Ho trovato Jikan con i piedi nudi immersi nello stagno più piccolo: dragava il fondo con un cucchiaio ma non mi ha voluto spiegare perché.
Dalla sponda vedevo le sue magre caviglie che affondavano nell’acqua: ho notato che si è un po’ gonfiato. Sotto di lui si muoveva riflesso l’orlo della veste, rimboccata con negligenza dentro i pantaloni.
– Con che denti li mangerò, vorrei sapere?- ha detto. Era chino sull’acqua e per questo si era fatto tutto rosso: di bianco gli era rimasto soltanto il sorriso sdentato.
– Che fortuna che mi siano venuti morbidi!- ho risposto.
Dentro di me lievitavano la tua voce e l’immagine delle tue mani: eri seduto sull’orlo della branda, con un cesto in grembo, e mi dicevi: “a volte gli frullo la verdura. Tiene molto ai denti che gli sono rimasti, così cerchiamo di fargli cibi morbidi e gli diciamo che preferiamo la verdura passata per non farlo sentire vecchio”.

Quando Jikan è uscito dallo stagno, zampettando come un’anatra, perfettamente a suo agio, l’acqua gli sciacquava mollemente intorno. Non si è neppure preoccupato delle alghe e delle foglie morte che gli erano rimaste fra le dita e sul dorso dei piedi.
Ci siamo seduti sui massi in riva allo stagno: si tergeva la fronte con il polso e il cucchiaio gocciolava sulla sua guancia sudata. Ora la barba gli ricresce più ispida e più bianca.
Mentre mangiavamo i biscotti nella quiete prima di mezzogiorno, mi ha additato una pianta.
– Quello è fiordaliso- ha biascicato. Briciole di biscotto gli scappavano fra i denti e cadevano ai nostri piedi.
Ho avuto l’impressione che la pianta fosse molto importante: l’ho capito da come la guardava.
– Sembri affezionato a quei fiori.
– Oh, sì. Sì, molto- ha aggiunto dopo un poco.
– Li ha portati un visitatore dall’Europa e li abbiamo piantati qui in giardino, io e Yoshi. Non sapevamo nemmeno se sarebbero sopravvissuti ma le piante sono più forti degli uomini. Si sono adattati bene.

Le api ronzavano sui fiordalisi e qualcosa si muoveva dolcemente nello stagno. Il rumore di Jikan che masticava i biscotti mi ha cullato per un altro po’ sotto l’azzurro del platano.
Prima di andare via ho toccato il fiordaliso.

FINE

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A Yoshi- 4. Bucaneve

[segue da A Yoshi- 3. Gelsomino]

Quando vivevi quell’altra tua vita, di cui a volte ci parlavi come al risveglio si parla di un sogno, ti appassionavi alla botanica.
Avevi conservato ancora qualche libro di quegli anni: su molti c’era sempre la stessa dedica, “Al mio luminoso Hideki”.
Io non ricordavo chi te li avessi dati, e nemmeno di chi fosse quella calligrafia. Per noi era difficile chiamarti col tuo nuovo nome, Yoshi- per noi, ma per me meno che per gli altri.
C’era un volume sui giardini occidentali: a quello tenevi più che a tutti gli altri e lo conservavi sempre in modo che non fosse mai troppo lontano da te.
L’altro giorno mi è caduto mentre toglievo la polvere e cambiavo aria nella tua stanza: mi dispiace molto e te ne chiedo scusa, ma per fortuna non si è rovinato. Ci ho messo il piede sotto prima che finisse per terra: di certo l’urto avrebbe ammaccato la rilegatura. L’ho preso di spigolo sull’attaccatura dell’unghia e adesso è tutta viola. Penso di essermi tagliata, perché più tardi ho trovato una macchiolina di sangue sul calzino.
Ma è stata colpa mia e della mia sbadataggine: il caldo mi rende assente, mi sento come se svaporassi insieme all’acqua dentro i sottovasi.
Il libro si è aperto alle pagine in cui avevi infilato un segnalibro- una fettuccia di raso.
Mi sono seduta a terra e l’ho raccolto: il caldo e il dolore mi rintontivano. La nostalgia dell’inverno mi ha preso ai polsi mentre guardavo le illustrazioni: un giardino coperto di neve, dei piccoli fiori bianchi che non conoscevo.
Galanthus nivalis, dice la scritta. Tu mi dicevi che le piante hanno nomi latini perché quella lingua si addice all’antichità delle loro anime: io però non so che suono ha, fuorché per quelle poche parole che a volte ti sentivo leggere quando te lo chiedevo.
Bucaneve.
È un fiore che fa capolino sotto la neve e che annuncia la fine dell’inverno: ha la forma di un’ampolla, come se dentro ci fosse qualcosa di gentile.
Mentre mi meravigliavo della sua bellezza, il sole è tramontato su di me e sui miei stracci per la polvere. Ho sentito le voci di Sonoko e dei bimbi che si avvicinavano dal fondo della strada e mi sono tirata su troppo in fretta: non volevo che mi vedessero così.
Il piede mi ha fatto male e ho zoppicato fino alla veranda: il sole obliquo mi accecava.
– Sonoko- ho detto alla luce- tira il paletto ed entra pure! Mi sono fatta un po’ male a un piede.
– Mamma è sbadata!- ha detto Yukine.
– Ho preso tante conchiglie così!-: a Saeko non interessava della mia goffaggine.
– Se entrate in casa sporcherete tutto di sabbia. Via, alla pompa dell’acqua!-: era Sonoko, ma controluce non vedevo nessuno di loro.
Ero quasi sepolta nel sole, come il fiore sotto la neve.
Al mio luminoso, luminoso Hideki.

 

(CONTINUA…)

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