L’uomo attraverso il tempo: “Il suono della montagna” di Yasunari Kawabata.

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Che cos’è questo suono della montagna che dà titolo al libro?

Lo incontriamo molto presto. Kawabata ci presenta subito Shingo e il suo male (se così si può definire): la vecchiaia.
Shingo è anziano e sta perdendo la memoria. Ma in realtà, ciò per cui perde memoria sono le cose poco importanti, quelle prive di un più profondo significato.
Così gli accade di dimenticare il viso di una cameriera ma non la sua gentilezza; scorda come ci si fa il nodo alla cravatta ma, in cambio, i ricordi del suo passato e della sua vita interiore si fanno incredibilmente più vivi. 

Il fluire delle stagioni, il grande ciliegio nel giardino della sua casa, le cime degli alberi lungo il tragitto della ferrovia che ogni giorno lo porta al lavoro diventano abitanti ed attori di verità.
La sua testa è la testa di uno splendido girasole reciso dal vento, la sua famiglia è il ciliegio soffocato da un arbusto infestante e che ha bisogno di nutrimento, di luce. L’arbusto deve essere estirpato come le cose superflue e insincere, non importa quanto dolore ciò possa comportare- si tratta pur sempre di una vita, non è così?

 

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Il toro della steppa: Ian Manook e la sua Mongolia violenta

Quest’estate è stata fra le più fortunate della mia vita, quanto a letture; credo di aver letto di più soltanto durante le vacanze fra primo e secondo anno di superiori, quando divorai (senza poi ricordarmi quasi niente) Il barone rampante, Il cavaliere inesistente, Mar morto di Amado, Il deserto dei tartari e non so quanti altri libri di cui ora non rammento il titolo.
Fra agosto e settembre ho consumato Niente di nuovo sul fronte occidentale, Confessioni di una maschera (di cui vi parlo qui) e Morte nella steppa, primo di tre noir incentrati sulla figura del commissario mongolo Yeruldelgger (l’editore è Fazi).
Oggi voglio condividere con voi alcune delle mie impressioni su questo libro così aspro e affascinante.

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Ammetto che si tratta del terzo noir di cui tento l’abbordaggio: da adolescente ho adorato A che punto è la notte di Fruttero e Lucentini, pochi mesi fa ho iniziato Il grande sonno di Raymond Chandler, ben scritto ma mal tradotto (almeno nell’edizione che possiedo io, un vecchio libro trovato sulle bancarelle per pochi euro). Tuttavia, non sono mai riuscita ad avvicinarmi al genere in modo così diretto, sebbene io adori le tinte fosche e il sapore violento della narrazione hard boiled (anche e soprattutto nel cinema).
Non ho molti termini di paragone a cui accostarlo, lo ammetto, e tuttavia mi è piaciuto moltissimo.
Ian Manook (alias Patrick Manoukian) è un autore armeno che vive a Parigi. Il libro, leggo in rete spigolando le poche informazioni che lo scrittore ci concede, nasce da un guanto di sfida lanciatogli dalla figlia Zoe.
Evidentemente, Manoukian soffre di una patologia a me molto familiare (e familiare, temo, a quasi tutti gli scrittori amatoriali e non), ossia la tendenza a lasciare incompiute la gran parte delle storie intraprese. Morte nella steppa è il frutto della scommessa fatta con Zoe: riuscire a portare a termine almeno un progetto di scrittura.
In effetti, chissà se per riflesso di un legame reale, la paternità e le figlie femmine ricoprono un ruolo determinante nella vicenda del commissario mongolo.
Paternità, dicevo: una paternità violentata e spezzata dalla ferocia con cui gli è stata sottratta e uccisa l’amata Kushi, la sua bella bambina dalle scarpette nuove.
Dopo quel lutto, la vita di Yeruldelgger è andata in frantumi e la rabbia è l’unica colla con cui penosamente lui cerca di rimetterla insieme. Ma il risultato non è che una deforme contraffazione di qualsiasi cosa ci sia stata prima della perdita di Kushi.
Abbandonato dalla moglie, intrattiene con Solongo, medico legale e donna bellissima, un rapporto platonico; amato da Oyun, la sua giovane e valida spalla, non riesce a corrispondere i sentimenti né dell’una né dell’altra, chiuso in un dolore che lo rende fragile e allo stesso tempo furente.
La sua vulnerabilità lo espone e gli fa perdere i due casi sui quali si apre il libro: il ritrovamento di un corpo nel cuore della steppa mongola e un quintuplice delitto, a quanto pare a sfondo sessuale, perpetrato nel cuore di una Ulan Bator che è insieme miseranda, malinconica, ammaliante.
Eppure, nonostante tutto, Yeruldelgger non molla: continua a indagare coadiuvato dalle donne che lo amano, scoprendo ben presto che, proprio come la sua esistenza, anche quei delitti apparentemente episodici non sono che una contraffattura di qualcosa che affonda le sue radici nel marcio del paese.

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Patrick Manoukian, alias Ian Manook, il papà di Yeruldelgger.

L’autore è soprattutto un viaggiatore e infatti le pagine più belle sono quelle in cui può sfogare il suo talento di acquarellista della parola: un angolo di città, una iurta bianca nell’erba grigia, un pianoro brullo, un antico monastero in rovina. Bozzetti di pastori, figure di neonazistelli nostalgici di Gengis Khan o di loschi meccanici kazaki.
È nella descrizione della terra mongola e nelle gallerie di personaggi strampalati che Manook dà il suo meglio.
A volte il suo amore per la Mongolia rischia di appiattire la trama e i personaggi a una cartolina di tradizioni che forse appaiono seduttive solo a noi occidentali; a volte invece rifluisce come elemento sostanziale, che riscatta e nobilita le piccole vite violente dei suoi protagonisti- primo fra tutti Yeruldelgger, il poliziotto violento che nasconde nel suo cuore un padre amorevole e un monaco sciamano.
La storia alterna momenti più densi a capitoli (specie quelli centrali) in cui si ha l’impressione che Manook smarrisca il filo della sua stessa narrazione. Non di rado ci troviamo a sgranare gli occhi con un po’ di stupore e persino di sufficienza davanti a certe ingenuità da promo turistico dal sapore vagamente new age.
Ma i profumi aspri e le sconfinate vedute della steppa respirano vento e avventura fra le pagine, e alla fine Morte nella steppa emana una coralità e un’umanità che sopravanzano i difetti narrativi.
Sopra tutti ho amato Solongo, la splendida donna di scienza che è tuttavia anche intimamente connessa al mondo degli spiriti, e Gantulga- Cuore d’acciaio– il ragazzino senza vergogna che sembra incarnare la perpetua giovinezza del mito nomadico.

Apribottiglie

Cadete sopra di noi e nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello, perché è venuto il gran giorno della loro ira, e chi vi può resistere?
Apocalisse 6. 16-17

 

Sono in due: avranno quindici, sedici anni.
Quando esco dal negozio del pakistano stanno scherzando sottovoce; uno fuma, l’altro giocherella con i lacci della felpa- bianca.
Sento che mi guardano: poco dopo stanno parlottando, e so che ridono di me.
Che cosa posso farci? Non è nemmeno la prima volta.
Stasera, però, è diverso; c’è qualcosa che mi fa stringere i denti e tirare su nel naso e l’aria, l’aria è fredda e mi fa lacrimare.
Solo un mese fa avrei avuto paura; non sarei uscito così tardi, mi sarei tenuto lontano dalle strade meno frequentate.
Cos’è successo?
Mi avvio verso casa e li sento, i loro passi nelle scarpe piatte all’americana, il tintinnio delle chiavi nelle tasche dei pantaloni da rapper. Camminano con l’elasticità dell’adolescenza, la schiena non ancora accartocciata da ore di lavoro sedentario, i muscoli non intorpiditi dal chiuso grigiore degli uffici.
Ed io ho solo venticinque anni.
Perché sono venuto in questa città?
Perché ho accettato di sbiadire, mentre il mio corpo appassiva intorno al mio animo spento?
Sono tranquilli come lupi dietro una carovana dispersa.
Penso di voltarmi, dargli quello che vogliono, accettare i loro sorrisi aguzzi e il loro disprezzo. E le loro botte, sì, anche quelle; perché io vengo dalle campagne e non ho abiti alla moda e sguardi sfrontati, e i miei capelli non sono pettinati col gel a buon mercato dei supermercati di periferia.

– Ehi, frocio!
Non gli do retta, penso. È giusto accontentarli e tornare a casa umiliato e deriso, con il cuore che trema di paura- una falena sopravvissuta all’estate?
Da bravo, Jun, ragiona: dagli quello che vogliono, anche se sono i tuoi ultimi soldi, perché proprio due settimane fa ti hanno licenziato e ti restano pochi yen prima del nulla.
– Ehi, frocio! Dico a te!
Caccio le mani in tasca per prendere il portafoglio.
Vicino, tasto qualcosa di metallico: è l’apribottiglie che ho comprato con la birra.
Lo sfioro: la sua lama punge la mia pelle, taglia i miei pensieri.
All’improvviso la notte è mille inverni meno gelida del mio cuore.
Mi giro, uno di loro è così vicino che sento il suo alito sulla faccia.
– Che hai in quella tasca, finocchio? Fa’ vedere!

Mi muovo veloce e metto nella mia mano tutta la mia rabbia.
Tutta la mia rabbia, e l’apribottiglie.
Il suo sangue è caldo e sboccia al centro della felpa- bianca.
Muori.

 

*Questa storia partecipa all’iniziativa di Writer’s Wing,
Una challenge per amica-III edizione*

 

L’onanista barocco: impressioni su “Confessioni di una maschera” di Yukio Mishima

71JHTuy0lsLHo finito oggi, dopo tre giorni di lettura, un piccolo libro che mi ha lasciato un po’ frastornata.
Parlo di Confessioni di una maschera, di Yukio Mishima.
Mishima è conosciuto soprattutto per un titolo che molti appassionati di cultura nipponica avranno almeno sbirciato, Lezioni spirituali per giovani samurai, per il suo controverso nazionalismo e per la sua morte spettacolare- si tolse la vita il 25 novembre del 1970, in diretta, tramite seppuku.
Confessioni di una maschera esce nel 1949: il Giappone è ancora nella morsa del trauma di Hiroshima e Nagasaki, eppure Mishima scuote le coscienze, suscita scandalo e si annuncia come una delle promesse più brillanti della narrativa nipponica.
Il romanzo, in effetti, si svolge durante la guerra, e la guerra influenza gli spostamenti, le scelte, persino gli eventi narrati; ma soprattutto, la guerra- sotto forma di continuo presagio di una vita breve, di una morte sempre presente e vicina- imbeve di sé ogni pagina, non solo nella sua dimensione storica e precisamente individuabile ma quasi come pilastro interiore attorno al quale si agita la vita d’un uomo.
Per la verità, questo è il primo sortilegio che riesce a Mishima: parlare di guerra nominandola tutto sommato di passaggio, dedicandole solo brevi intermezzi e raccontandola sporadicamente, per come la vive un civile molto lontano dal fronte. Parlare di guerra in modo del tutto diverso da quello che la narrazione sobria e violenta di un Remarque o di un Hemingway ci hanno abituato ad apprezzare; parlare di guerra, ma della guerra dentro.
La guerra dentro è la battaglia di chi deve costantemente dissimulare la sua vera natura.
Kochan, il protagonista, che è probabilmente un doppio di Mishima stesso, è omosessuale.
Lo è fin da piccolo, quando rimane abbagliato dall’incontro con un bellissimo ragazzo del popolino, fasciato in aderenti pantaloni di jeans che ne esaltano la forza e la grazia virile.
Cresciuto in solitudine, ostaggio di una nonna troppo protettiva (come in effetti accadde anche a Mishima), Kochan sviluppa un’attrazione erotica sempre più torbida e violenta per corpi straziati, pratiche al limite della necrofilia e persino per la propria stessa morte.
Anzi, è convinto di morire giovane, a soli vent’anni, magari in battaglia e coprendosi di gloria.
Ma gli anni passano, viene l’adolescenza, e a contatto con la realtà Kochan si accorge presto che c’è un abisso fra le sue pulsioni e quello che gli altri ragazzi sperimentano al risveglio puberale.
Le donne non lo attraggono, eppure è proprio questo che ci si aspetta da lui; d’altro canto, Kochan è ancora troppo giovane per rendersi conto dell’effettiva differenza fra sé e gli altri e così, fra la percezione di un’insanabile alterità e il disperato desiderio di essere “normale”, inizia l’odissea della sua maschera.
Mentre il Giappone precipita nell’abisso dell’illusione collettiva- l’illusione dell’Imperialismo e della Grande Asia, alimentata dalla retorica del martirio e della bella morte- Kochan intesse da solo la sua prigione di finta normalità, fino a tentare di sedurre Sonoko, la placida e sensibile sorella del suo più caro amico.
Alla fine del libro, la maschera è integra ma l’uomo che la porta è spezzato; allo stesso tempo, la guerra è persa e il Giappone sembra vivere una nuova normalità americanizzata, fatta di sale da ballo che puzzano di sudore, giovanotti della mala in camicia hawaiana e musica d’oltreceano di pessimo gusto.
Mishima indulge nei più precisi particolari: non solo non ci risparmia nulla sulle fantasie sempre più estreme del suo protagonista, ma si profonde in episodi di autoerotismo, alcuni comici, altri a modo loro grandiosi.
E mentre seziona il desiderio e l’atto per soddisfarlo, diventa sempre più ferocemente preciso e dettagliato nello smontare la macchina dell’autoimpostura, come lui stesso la definisce.
Nel fare questo, devo dire, è spesso oscuro, cervellotico, esagerato e certamente indelicato; eppure, l’interiorità in cui veniamo travolti e trascinati è terribilmente affascinante ed è onesta, desolantemente sincera.

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Mishima come San Sebastiano. Penso l’immagine sia tratta dal corto da lui scritto, diretto e interpretato, Yukoku.

Presa da perplessità iniziale (e a volte da ilarità, per le disavventure di un onanista barocco) mi sono lasciata prendere la mano e alla fine ho divorato il libro, proprio io che detesto gli scrittori verbosi e troppo introspettivi.
In più punti ho pensato che il narratore (e l’autore nascosto dietro di lui) fosse davvero troppo contorto, che l’emotività di cui erano iniettate le sue parole fosse così sopra le righe da risultare stucchevole.
In più di un passo ho perso il filo, trovandomi costretta a leggere e rileggere una frase, talvolta senza riuscire a decifrare l’enigma, eppure molte volte sono stata improvvisamente colpita da descrizioni di intensa poesia o da osservazioni, disseminate qua e là nel testo, in cui mi identificavo pienamente o che mi facevano dire “capisco cosa hai provato, ho presente quello che intendi dire”.
Interessante è stato il vedere come il desiderio maschile verso un altro uomo sia diverso ma per certi versi vicino al mio desiderio femminile di donna che è attratta dagli uomini, e come la sensualità omosessuale possa esercitare su di me una sua misteriosa attrattiva.
Quello che infine mi ha maggiormente affascinata è stata la domanda che mi sono posta mentre lo leggevo: perché un uomo come Mishima, così legato alla sua terra e così nazionalista (e uso questo termine sapendo che mal si adatta all’ideologia di Mishima) avrebbe dovuto scrivere un libro simile?
Che cosa si nasconde dietro questa lunga confessione sull’impossibilità di essere sé stessi e sul desiderio costante di morire per sfuggire al dovere dell’auto-dissimulazione?
A questa domanda non ho risposta, ma la mia ipotesi è che Mishima non parli soltanto di sé attraverso la maschera di Kochan.
Io sospetto che lui abbia voluto parlare anche del suo Giappone e del senso di colpa della nazione per la sua natura isolata e “differente”. E, con ogni probabilità, ha voluto parlare anche contro il grigiore impiegatizio della modernità di cui fu, fino alla morte, uno dei più strenui oppositori.

Il gioco di Fu Lai

Avvertenze:
Questo esperimento- una totale follia- nasce dall’iniziativa della pagina Efp Fandoms per lo scambio di generi narrativi. 
Due scrittori di generi differenti venivano accoppiati casualmente e ciascuno doveva scrivere una one-shot del genere familiare all’altro scrittore.
LadyHawke83 ha scritto una one-shot di guerra, In the desert; a me tocca il fantasy, genere di cui solitamente non mi occupo.
L’ambientazione è di gusto orientale (Tibet/Cina/Giappone) ma i luoghi e il mondo in essa rappresentati sono di pura fantasia e quindi non mi sono sforzata di fare qualcosa di antropologicamente e filologicamente corretto. Prendetela per quello che è: una favola senza nessuna pretesa.
La documentazione per il gioco degli scacchi e del Go viene dalla pagina History of Chess e dai bellissimi articoli di Rodolfo Pozzi sugli scacchi in Mongolia, che potete trovare qui.
Il Saggio Cremisi è il mio omaggio al mio grande amore degli anime di quando ero piccola. 
Vediamo chi indovina xD

Molti secoli fa, nel cuore delle montagne di Shi-Ju, si diceva che abitasse un uomo particolarmente santo e particolarmente sapiente.
Viveva, così pare, nel più completo isolamento, in una capanna nascosta fra la vegetazione; si nutriva di radici e praticava il più rigido ascetismo, astenendosi da qualsiasi contatto umano che potesse in qualche modo arrecargli impurità.
Sembra che conducesse questa vita da tempo immemorabile, così tanto che non solo la brava gente dei villaggi circostanti non aveva la più pallida idea di come fosse fatta la sua faccia, ma addirittura se ne ricordavano a stento il nome.
Infatti, avevano smesso da un bel pezzo di recarsi in pellegrinaggio ai piedi del suo eremo: sapevano ormai per esperienza che il sant’uomo, per quanto appunto santo, era anche completamente sordo alle loro invocazioni.
Mai una volta si era degnato di ricevere i loro anziani e i loro malati, né tanto meno si era preoccupato di prestare loro soccorso dopo le molte calamità che spesso tormentavano la regione.
Se non si dimenticavano della sua presenza era solo perché, di tanto in tanto, qualche straniero saliva fino al villaggio e chiedeva del Saggio Cremisi. Si trattava invariabilmente di giovani monaci o di altri consimili zeloti che speravano di persuadere il pio eremita a prenderli con sé e a istruirli nella sacra arte della meditazione.
La brava gente del villaggio cercava quasi sempre di convincerli che i loro sforzi erano del tutto inutili: il Saggio non li avrebbe degnati della minima considerazione.
Quelli, naturalmente, troppo giovani e troppo ardenti com’erano, per tutta risposta li guardavano con il sorriso trasognato di chi si è già votato al martirio.
E in effetti, se non si trattava di martirio, poco ci mancava, perché nessuno sapeva dove si nascondesse il Saggio e le piste che si inerpicavano fra i boschi erano così impervie che chi le percorreva lo faceva a suo rischio e pericolo: perfino i più pratici fra i pastori della regione evitavano con molta prudenza di avventurarsi più del dovuto fra quelle gole.
Ma gli aspiranti allievi del santo non sembravano preoccuparsi molto della propria incolumità; anzi c’era chi, sperando di impressionarlo, si incamminava scalzo, vestito solo di uno straccio attorno ai fianchi e con l’unico equipaggiamento di un bastone.
Che fine facessero, spesso non era dato saperlo: ma quelli che tornavano attraversavano il villaggio mogi e a testa bassa o addirittura lo aggiravano, pensando di non essere visti dai caprai seduti sulle rocce a pascolare le loro bestie. Quelli, per parte loro, ridacchiavano vedendoli andarsene con la coda fra le gambe.

Le cose procedevano a questo modo da anni e anni quando, un giorno, arrivò alle porte del villaggio un monacello diverso da tutti quelli di cui il paese aveva memoria.
Come coloro che lo avevano preceduto era vestito poveramente, ma non ostentava la sua sobrietà. Sulle spalle portava uno zaino di lana intrecciata, indossava un paio di buone scarpe da montanaro e avanzava appoggiandosi a un lungo bastone.
In cima al bastone erano assicurati dei campanelli di legno che producevano un allegro frastuono mentre il ragazzino procedeva di buon passo verso la locanda del posto.
Una volta che fu entrato, si sedette e chiese con voce squillante che gli si portasse qualcosa da mettere sotto i denti.
Il locandiere (se locanda si poteva chiamare quella specie di casupola messa su alla bell’e meglio per dare rifugio a qualche viandante di passaggio) si affrettò a preparagli una ciotola di riso e un po’ d’acqua fresca. Dopodiché glieli mise davanti.
Il ragazzino guardò la ciotola, poi guardò il locandiere e di nuovo la ciotola.
Il brav’uomo, poveraccio, non sapendo cosa dire si grattò la testa con il mestolo e si azzardò a chiedere se qualcosa non andava.
– Assolutamente nulla- rispose il ragazzo- ma vorrei anche della carne stufata e del latte fermentato. E un altro po’ di riso, per piacere.

Il locandiere se ne tornò nell’angolo in cui sobbollivano i paioli con il cibo e diede una gomitata alla moglie. – Ha chiesto più riso. E carne, e del latte fermentato- le mormorò.
Lei sgranò gli occhi.
– Carne e latte fermentato? Non si è mai sentito che un monaco mangiasse carne e bevesse alcolici!- esclamò.
– Forse non è qui per il Saggio- rispose il marito.
– Che sciocco che sei- replicò la donna, strappandogli il mestolo per mescolare lo stufato- perché mai uno straniero dovrebbe venire in un posto come questo, se non per il Saggio?
– Che vuoi che ne sappia, donna? Forse è uno stregone.
– Uno stregone piccolo come un soldo di cacio? Ma guardalo. Il suo bastone è più grosso di lui! No, no, sono sicura: dopo aver mangiato, ci chiederà la strada per le montagne. Sta’ a vedere.
E si mise a dimenare il cucchiaio nel sugo; suo marito, invece, rimase a guardare il ragazzo con un’aria perplessa.
Davvero uno strano tipo, pensò.
Continua a leggere Il gioco di Fu Lai

Jundo. Junjo.

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Questa storia partecipa alla Challenge La notte di Tanabata indetta dal sito Fanwriter. it.
Prompt 8; bonus: 39, 50; conteggio parole: 4.
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Un sentito ringraziamento a Nat_Matryoshka per aver dissipato i miei dubbi sulla scelta del titolo.

 

旅に病んで夢は枯野をかけ廻る

“Tabi ni yande
yume wa kareno wo
kake meguru”

____________________________

Casa è distaccata dal villaggio, lontana dalla baia.
Si cammina, sì, si cammina su per il pendio, per circa un’ora.
È tutta salita, sebbene non ripida; ci sono molte altre case, ma tutte quante più a nord.
Casa è l’ultima, la più isolata.
Intorno c’è un boschetto di eucalipti, e davanti un piccolo cancello di legno che Ichiyō ha faticato molto a riparare e riverniciare.
Povera Ichiyō, con le sue vecchie morbide ossa.
Buona donna, brava donna. Fedele Ichiyō, uccisa a dicembre dai rigori dell’inverno, prima che lui potesse tornare a casa e rivederla un ultima volta- un’ultima volta rivedere i suoi bianchi capelli quasi ingialliti sopra le tempie, e le sue piccole dita distorte dall’artrite, simili a radici di ninfea.
Radici di ninfea, proprio così: come quelle che crescevano nello stagno ai piedi della collina. Quando erano piccoli, lui e sua sorella Azumi le tormentavano sempre con dei bastoncini per stanarne i girini e le pulci d’acqua.
Ora sembra tutto lontano come millenni fa.
Quando i miei occhi erano vergini. 
Quando la mia anima era vergine.
Tu vegliavi su di me e su Azumi2; i tuoi capelli erano già grigi.

Fa caldo, adesso: è quasi sera, ed è il settimo giorno del settimo mese. L’anno è il 1939.
Sono passati esattamente ventiquattro mesi dall’inizio della guerra3; questa è la prima licenza che gli concedono, e la gran parte l’ha spesa per tornare a casa.
Non ha molto tempo per fermarsi. Poco, sì, ma è quanto basta.
Le scarpe sono pesanti e fanno rumore, calpestando i ciottoli e la sabbia sul sentiero.
Gli alberi intorno sussurrano e lo fissano, e lui li sente, sente il sospiro della sera fra le fronde dei liquidi eucalipti e ode un suono d’acqua da qualche parte dietro di lui.
E sente scricchiolare le cinghie del suo zaino, e tintinnare la zavorra che gli pesa sulle spalle come se vi portasse il cielo…Un tondo cielo nero, pieno di bombe e di fumo e di cose innominabili che non hanno niente, niente a che vedere con questa pace, con questi alberi, con questa terra.
La terra lo giudica facendogli sentire il suono dei suoi passi e del suo corpo e del metallo con cui lo grava: tutti rumori così sgraziati e cruenti, mentre il rumore degli alberi e del vento è così puro e così mite.
Senza peccato.
Naitō Minori4, sembra che dicano, Naitō Minori, tu sei fuori posto.
Tu non appartieni a noi, e se mai ci hai appartenuto ora c’è troppo fango giallo sulle tue suole, troppo sangue sotto le tue unghie.
Sangue e polvere da sparo, e violenza nei tuoi occhi.
Noi non ti vogliamo, Naitō.
Noi non ti vogliamo.
Continua a leggere Jundo. Junjo.