La generazione tradita: impressioni a caldo su The Last Jedi

 

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Alcune osservazioni a caldo sull’episodio VIII della saga di Star Wars, The Last Jedi.
Premetto che l’ho visto mercoledì sera e che da allora non sono più tornata al cinema per una seconda visione: data la lunghezza e la densità del film sarebbe cosa buona e giusta ma per ora voglio mettere su carta le prime impressioni.
Ovviamente, se procedete con la lettura vi attendono molti spoilers e quindi vi consiglio di fermarvi qui se non siete ancora andati al cinema e se (come ci siete riusciti?) siete sopravvissuti alla campagna di spoiler selvaggio in atto in questi giorni su tutti i social.

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Il vagabondo del manga: Igort e i suoi Quaderni Giapponesi.

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Oggi vi parlo di un volume da poco disponibile in libreria. Come credo di aver già detto, le recensioni che riesco (un po’ rocambolescamente) a scrivere scaturiscono quasi sempre da incontri “personali” con il libro o con il suo autore. In questo caso posso dire di essermi davvero e fatalmente imbattuta in questa bellissima graphic novel che mi aspettava in cima a una pila odorosa di carta e inchiostro, un po’ a sinistra sul bancale delle novità editoriali.
Non era l’unico in bella mostra, certo, ma mi ha attirato per il titolo e per il disegno del dragone che contorna a destra la copertina di un bel verde scuro.

Il titolo non poteva non accendere la mia curiosità: Quaderni Giapponesi vol. 2- Il vagabondo del manga (che, premetto, è seguito e ampliamento del primo e omonimo volume uscito nel 2015; in ogni caso io l’ho letto come a sé stante, dato che il sottotitolo è così ben nascosto che ancora non l’ho scovato, e anche così è perfettamente godibile).
L’ho preso in mano aspettandomi, a dire il vero, una delle molte pubblicazioni scritte da moderni guru del “ritrova te stesso in paesi lontani”. Nel retro di copertina sono stata però accolta dagli sguardi di una serie di volti, fra i quali ho riconosciuto quello ormai familiare di Yasunari Kawabata, premio Nobel 1968, uomo mite e profondo la cui scrittura mi ha conquistata e per certi versi cambiata.

Ho dischiuso le pagine alla ricerca del mio amato Yasunari: la stampa, come orgogliosamente specificato nelle note finali sotto uno splendido ritratto di Miyamoto Musashi, è stata impressa a colori su carta Arcoprint della Fedrigoni, grammatura 1.40, di un caldo color avorio. La consistenza del materiale e il profumo di bambù e di riso che sprigiona a contatto con l’inchiostro sono un valore aggiunto di questa bella edizione in brossura, pensata dall’autore e realizzata per i tipi di Oblomov Edizioni (di cui vi consiglio il sito non solo per le proposte e per il progetto editoriale, ma anche per il puro piacere di ammirarne la grafica).
Il prezzo del volume in libreria- diciannove euro- non è eccessivo, vista la spesa media per una graphic novel e la cura editoriale nel fare di questo libro quanto di più simile a un quaderno di viaggio, tuttavia in quel momento non potevo assolutamente permettermi di acquistarlo e così l’ho mentalmente aggiunto alla lista delle Cose Bellissime Che Comprerai Con il Tuo prossimo Stipendio.
Magicamente, però, qualcuno che mi vuole bene ha pensato di regalarmelo prima e così, quel giorno stesso, ho potuto portarlo a casa nella sua bustina.

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Elleboro

** Questa storia partecipa all’iniziativa “Calendario dell’Avvento 2017!” a cura di Fanwriter.it**

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Cose senza memoria
e neve fresca
e piccoli salti di scoiattolo
Nakamura Kusatao

Povero fanciullo! L’avevano trovato morto.
Si era congelato, tutto rannicchiato in quegli stracci che certo non sarebbero mai bastati a proteggerlo dalla cattiveria del freddo. Ingannato dal torpore dell’assideramento, si era abbandonato al sonno contro le radici di un vecchio olmo che lambiva la strada. Il tronco era un po’ incavato, come se l’ impotenza davanti alla solitudine del ragazzo lo avesse deformato; o forse, lo spirito che abitava l’albero aveva provato pena per il ragazzo e aveva cercato di abbracciarlo perché non fosse abbandonato senza un conforto alla morte.
Nessuno sapeva chi fosse; poteva avere dodici anni come venti, era così minuto e delicato.
Ciò che la colpì furono i suoi polsi: erano bianchissimi e, in vita, le vene dovevano essere state di un bel verde. I palmi erano già consumati dal lavoro; di certo era un servitore o un artigiano perché, per quanto ruvide, le sue dita non recavano i segni dei dolorosi calli impressi sulla pelle dagli strumenti del contadino.
Seppellirlo nei boschi non si poteva, la terra era ghiacciata e per romperla c’era da spezzarsi i fianchi. La vecchia viveva da sola, non molto distante dal villaggio, ma in quei giorni le ghiacciate e la neve rendevano impervia anche la strada che la separava dall’abitato.
Non sapendo come fare aveva caricato il corpo sul suo somaro; chissà poi perché? Era stata una strana idea. Le era sembrato che da morto potesse ben meritare la pietà e il calore che gli erano forse mancati in vita, anche se questo non avrebbe risarcito la solitudine che di certo l’aveva ucciso.
– Non si prendono mai cura di noi. Troppo giovani o troppo vecchi, siamo comunque un peso per loro- gli aveva mormorato spostandolo con il vigore che ancora non la abbandonava nonostante l’età.
Mentre lo portava a casa, rifletteva a come far venire il sacerdote perché lo benedicesse. Lei avrebbe conservato il corpo come meglio poteva e l’avrebbe avvolto in una bella coperta.
Un tempo era appartenuta a suo marito, ma quello era morto e non ne aveva più bisogno.
Mentre ci pensava, le era venuto proprio da ridere: beh, alla fine anche il ragazzo era morto, perché mai avrebbe dovuto averne più bisogno di suo marito?
– Il fatto è che io e te non ci conosciamo abbastanza ma lui, oh, lui l’ho conosciuto abbastanza invece, e posso dire con certezza che la coperta non se la meritava né da vivo né da morto.
Chiacchierare con il ragazzo le veniva naturale ma, del resto, non se ne diede pensiero; era vecchia e sola, e da tempo la morte non le faceva più nessun effetto. Parlare con sé stessa o con un morto non faceva nessuna differenza, era come discorrere con qualcuno stando ognuno su una riva di un fiume. Un fiume tanto stretto che ci si poteva sentire e vedere con chiarezza attraverso le sue acque.

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Gatti, haiku e altre meraviglie: un romanzo di Natsume Sōseki.

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La copertina della ristampa BEAT 2016 del romanzo di Sōseki

 

Oggi voglio parlarvi di un libro che è proprio qui mentre scrivo, alla mia sinistra, e che nonostante gli acciacchi stagionali ho finito stamattina appena sveglia: Io sono un gatto, di Natsume Sōseki.
Forse qualcuno di voi se ne ricorderà: l’anno scorso in libreria, più o meno verso questa stagione, se ne vedevano parecchie copie in bella mostra sui bancali delle novità editoriali. L’edizione che forse vi sarà capitato di prendere in mano (e magari comprare) è la ventiduesima ristampa (dal 2010) della BEAT, Biblioteca Associata di Editori di Tascabili, ma si basa su un’edizione precedente della Neri Pozza.
Anche se sono molto affezionata a Neri Pozza, che fa sempre delle bellissime edizioni molto maneggevoli e dal fascino un po’ retrò (copertina flessibile in carta ruvida, molto piacevole al tatto e facile da infilare in borsa), anche questa edizione BEAT mi ha lasciato molto soddisfatta.
Va detto che le note e la traduzione sono le stesse, anche perché Neri Pozza è una delle quattro consorziate dell’iniziativa (meritoria) degli editori associati che, cito dal loro sito, “nascono nel settembre del 2010 per raccogliere i tesori delle case editrici letterarie e indipendenti italiane in pubblicazioni economiche inedite” e ambiscono a “dar voce all’insieme dell’editoria indipendente italiana”.
In ogni caso, per apprezzare un libro come questo ci vuole un buon apparato critico e la pazienza di consultarlo, se non tutte le volte, quanto meno con una certa assiduità. Unica pecca, la mancanza di un’introduzione che spieghi la vita di Sōseki e il contesto dell’opera; senza queste premesse il libro è sempre godibilissimo, ma rischia di non corrispondere alle aspettative che un lettore generico potrebbe farsi nel prenderlo in mano così, un po’ casualmente, magari sapendo poco o pochissimo dello sfondo su cui si snoda la vicenda.
Io non sono una laureata in letteratura giapponese ma me ne sto appassionando da qualche mese; con i miei modesti mezzi cercherò quindi di fare un piccolo “cappello” che possa aiutare il lettore ad affrontare questo bellissimo e (anche strampalatissimo) libro.

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Gli occhi di Wallenstein

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Da un manoscritto contente testi sull’alchimia di e attribuiti al letterato, poeta ed esoterista catalano Ramon Llul (1232-1316)

** vedi note**

Chi sono io?
Questa domanda mi tormenta.
Ma la ragione della mia irrequietudine non risiede, come forse credete, nella domanda; io so chi sono, certo, lo so- così come ciascuno di voi conosce il proprio nome- ed è esattamente perché lo so che non trovo pace.
È la risposta a torturarmi, non la domanda.
Forse c’è fra voi chi può capirmi?
Forse fra voi c’è chi non si accontenti di giudicarmi?
Io non credo.
Ma se c’è, ti prego, fatti avanti, parlami, guardami negli occhi: fammi questo dono, di offrirti a me nudo come il primo uomo, di offrirmi il tuo sguardo non velato dalla follia o dalla menzogna.
Sono gli occhi la ragione per cui sono vivo, sai, sono proprio questi occhi la mia maledizione.
Come vorrei guardarti negli occhi, fratello, e non trovare in essi niente più che la tua innocenza- forse perfino la tua compassione!
Ma, vedi, neppure in quel caso potrei trarre conforto dalla tua pietà; non appena la parola “fratello” risuona nella mia mente (ha il suono grave e fresco della prima pioggia dopo una lunga ed arida estate), il Demone che è dentro di me alza la testa e sogghignando prende a deridermi.
“Non essere sciocco- mi dice- non è tuo fratello. Tu non hai fratelli. Tu sei unico nel tuo genere, non c’è al mondo una creatura uguale a te. Sei unico nella tua perfezione, unico nel tuo abominio. Perché temi la tua solitudine? È la solitudine delle cose rare; dovresti esserne orgoglioso. Invece non fai che tormentarti e desideri quello che non ti è concesso.
Che individuo patetico, davvero. Non so cosa mi trattenga dall’ucciderti”.

Questa è la mia condizione; sono solo con me stesso, solo con il Demone.
E la ragione è che io sono ciò che sono: un essere contro natura.
Cosa avrei potuto fare per sfuggire alla mia condizione?
Uccidermi, forse… Sì, uccidermi sarebbe stata la scelta più saggia, e tuttavia non mi è permesso: il Demone me lo impedisce perché togliendomi la vita ne priverei anche lui e lui non vuole. La sua brama di vivere, per me completamente inconcepibile, è immensa; egli ha fame di questa esistenza che a me sembra tanto miserabile, sì, ha fame di cibi delicati in cui io non trovo nessun conforto, desidera il lusso e l’agio, per me privi di significato, e ricava piacere da abitudini per me del tutto esecrabili.
Chi sono io?
Un prigioniero.
Chi sono io?
Uno schiavo, come tale nato e vissuto.
Non avevo che un tesoro, la morte, e mi è stato strappato il giorno stesso in cui sono venuto al mondo; io, un essere immortale, sono condannato a conoscermi in eterno.
Ma se tu mi stai ascoltando, chiunque tu sia, ti prego, non te ne andare; rimani con me un altro po’.
Permettimi di raccontarti la mia storia; non è necessario che tu ti trattenga oltre la parola fine, te lo assicuro. Mi è sufficiente sapere che sarò ricordato e che, sia pure per un solo momento, qualcuno ha avuto pietà di me.

Mio Padre non era mio Padre: era il mio creatore.
Finché è vissuto, l’ho odiato con così tanta passione che in questo non mi si sarebbe potuto distinguere da qualsiasi altro essere umano sotto l’occhio del cielo.
La ragione per cui mio Padre mi aveva prodotto- non potrei usare altri termini che questo, perché nella mia nascita non ebbero ruolo né amore né dedizione alla vita, bensì mero egoismo- era la sua cecità.
Chirurgo di giorno, studioso delle arti magiche di notte: Zeno di Wallenstein, colui che più che un Padre si sarebbe rivelato essere il mio padrone, soffriva fin dall’infanzia di un male apparentemente incurabile.
Si era avvicinato alla medicina e in seguito alle arti mistiche precisamente con l’intento di riacquistare la vista, destinata a venirgli meno per via di una grave malattia ereditaria.
Inflessibile costanza, incrollabile disciplina, una fortuna familiare a sostenerlo nei suoi studi e, in più, uno sciagurato genio per le cose oltremondane: con queste premesse, e nonostante la sua malattia, egli aveva rapidamente conseguito una stupefacente padronanza della sua materia.
Il fatto che i suoi occhi stessero progressivamente perdendo la loro facoltà- negli ultimi anni non vedeva altro che macchie luminose immerse in una sorta di perenne crepuscolo- non fece che renderlo ancora più celebre, per l’assoluta eccezionalità di quel suo talento che si era sviluppato a dispetto e anzi quasi in virtù delle avversità.
Poteva piagare un corpo con le più terribili malattie e improvvisamente rimuoverle senza che vi restasse traccia d’infermità. Poteva creare morbi spaventosi e con la stessa facilità portare sollievo a intere popolazioni tribolate dalle medesime epidemie che lui, e chi altri?, aveva rovesciato sulle loro teste. In particolare, non c’era malattia degli occhi che lui non fosse in grado di emendare; non ce n’era nessuna, certo, a parte la sua.
La sua sapienza e apparente magnanimità lo avevano reso così celebre che divenne presto uno degli uomini più influenti del suo tempo; e poiché le sue arti, quando non tentava di riacquistare la vista, avevano come prima applicazione la sua propria salute, vi assicuro che la sua vita fu molto, molto lunga, al punto che dovette ritirarsi prima del tempo ed esercitare di nascosto la professione medica per non destare sospetti.
Del resto, era così potente che chiunque si fosse arrischiato a denunciarlo per stregoneria avrebbe incontrato la morte ancor prima che le sue accuse potessero raggiungere le orecchie di qualcuno disposto a darvi credito.

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L’uomo attraverso il tempo: “Il suono della montagna” di Yasunari Kawabata.

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Che cos’è questo suono della montagna che dà titolo al libro?

Lo incontriamo molto presto. Kawabata ci presenta subito Shingo e il suo male (se così si può definire): la vecchiaia.
Shingo è anziano e sta perdendo la memoria. Ma in realtà, ciò per cui perde memoria sono le cose poco importanti, quelle prive di un più profondo significato.
Così gli accade di dimenticare il viso di una cameriera ma non la sua gentilezza; scorda come ci si fa il nodo alla cravatta ma, in cambio, i ricordi del suo passato e della sua vita interiore si fanno incredibilmente più vivi. 

Il fluire delle stagioni, il grande ciliegio nel giardino della sua casa, le cime degli alberi lungo il tragitto della ferrovia che ogni giorno lo porta al lavoro diventano abitanti ed attori di verità.
La sua testa è la testa di uno splendido girasole reciso dal vento, la sua famiglia è il ciliegio soffocato da un arbusto infestante e che ha bisogno di nutrimento, di luce. L’arbusto deve essere estirpato come le cose superflue e insincere, non importa quanto dolore ciò possa comportare- si tratta pur sempre di una vita, non è così?

 

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Il toro della steppa: Ian Manook e la sua Mongolia violenta

Quest’estate è stata fra le più fortunate della mia vita, quanto a letture; credo di aver letto di più soltanto durante le vacanze fra primo e secondo anno di superiori, quando divorai (senza poi ricordarmi quasi niente) Il barone rampante, Il cavaliere inesistente, Mar morto di Amado, Il deserto dei tartari e non so quanti altri libri di cui ora non rammento il titolo.
Fra agosto e settembre ho consumato Niente di nuovo sul fronte occidentale, Confessioni di una maschera (di cui vi parlo qui) e Morte nella steppa, primo di tre noir incentrati sulla figura del commissario mongolo Yeruldelgger (l’editore è Fazi).
Oggi voglio condividere con voi alcune delle mie impressioni su questo libro così aspro e affascinante.

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Ammetto che si tratta del terzo noir di cui tento l’abbordaggio: da adolescente ho adorato A che punto è la notte di Fruttero e Lucentini, pochi mesi fa ho iniziato Il grande sonno di Raymond Chandler, ben scritto ma mal tradotto (almeno nell’edizione che possiedo io, un vecchio libro trovato sulle bancarelle per pochi euro). Tuttavia, non sono mai riuscita ad avvicinarmi al genere in modo così diretto, sebbene io adori le tinte fosche e il sapore violento della narrazione hard boiled (anche e soprattutto nel cinema).
Non ho molti termini di paragone a cui accostarlo, lo ammetto, e tuttavia mi è piaciuto moltissimo.
Ian Manook (alias Patrick Manoukian) è un autore armeno che vive a Parigi. Il libro, leggo in rete spigolando le poche informazioni che lo scrittore ci concede, nasce da un guanto di sfida lanciatogli dalla figlia Zoe.
Evidentemente, Manoukian soffre di una patologia a me molto familiare (e familiare, temo, a quasi tutti gli scrittori amatoriali e non), ossia la tendenza a lasciare incompiute la gran parte delle storie intraprese. Morte nella steppa è il frutto della scommessa fatta con Zoe: riuscire a portare a termine almeno un progetto di scrittura.
In effetti, chissà se per riflesso di un legame reale, la paternità e le figlie femmine ricoprono un ruolo determinante nella vicenda del commissario mongolo.
Paternità, dicevo: una paternità violentata e spezzata dalla ferocia con cui gli è stata sottratta e uccisa l’amata Kushi, la sua bella bambina dalle scarpette nuove.
Dopo quel lutto, la vita di Yeruldelgger è andata in frantumi e la rabbia è l’unica colla con cui penosamente lui cerca di rimetterla insieme. Ma il risultato non è che una deforme contraffazione di qualsiasi cosa ci sia stata prima della perdita di Kushi.
Abbandonato dalla moglie, intrattiene con Solongo, medico legale e donna bellissima, un rapporto platonico; amato da Oyun, la sua giovane e valida spalla, non riesce a corrispondere i sentimenti né dell’una né dell’altra, chiuso in un dolore che lo rende fragile e allo stesso tempo furente.
La sua vulnerabilità lo espone e gli fa perdere i due casi sui quali si apre il libro: il ritrovamento di un corpo nel cuore della steppa mongola e un quintuplice delitto, a quanto pare a sfondo sessuale, perpetrato nel cuore di una Ulan Bator che è insieme miseranda, malinconica, ammaliante.
Eppure, nonostante tutto, Yeruldelgger non molla: continua a indagare coadiuvato dalle donne che lo amano, scoprendo ben presto che, proprio come la sua esistenza, anche quei delitti apparentemente episodici non sono che una contraffattura di qualcosa che affonda le sue radici nel marcio del paese.

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